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domenica 10 marzo 2013

Speciale "Storie dentro storie": tappa #3 (intervista all'autrice)


Buona domenica a tutti!

Siamo arrivati alla terza e ultima tappa dello speciale
dedicato a Storie dentro storie di Giovanna Astori.

Ho avuto il piacere di intervistare l'autrice del romanzo,
quindi vi lascio scoprire qualcosa in più su di lei!

Buona lettura!

P.S. Vi ricordo che c'è ancora qualche giorno di tempo
per partecipare al giftaway del romanzo
e se volete potete anche leggere la mia recensione!


Ciao Giovanna, benvenuta sul mio blog! Ti andrebbe di presentarti ai lettori di SdS? Raccontaci qualcosa di te...
Sono un'ex timida. Di fronte a domande come questa ho un improvviso rigurgito esistenziale con effetto tabula rasa. Potrei darti delle noiose pillole autobiografiche, ma quelle le riservo per le bandelle! Qualcosa verrà fuori dall'intervista, il resto fa parte della complessità umana. Vedi? Dicendo nulla ho detto tutto!
Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato quando sono stata in grado di scrivere, ma nella maniera discontinua propria di tutte le persone curiose che non riescono a soffermarsi per troppo tempo su qualcosa, irrimediabilmente attratte da altro. Questa curiosità innata non vuol dire superficialità, ma amori che si trovano, abbandonano e ritrovano in un percorso lungo una vita. Ho iniziato perché ero innamorata delle parole, del modo in cui venivano usate nei libri che leggevo, nelle poesie che ci insegnava la maestra. Ho voluto sperimentare in prima persona come utilizzarle. Poi ci sono stati altri momenti, la fase dell'interiorizzazione pre e post adolescenziale, in cui scribacchiavo per me stessa o per comunicare un'emozione a qualcuno in particolare. Successivamente ho pensato che potevo scrivere anche per raccontare delle storie o delle immagini con i miei significati. Da qui sono partita a scrivere racconti e poesie, a partecipare alle selezioni antologiche e ad altre iniziative per far uscire le mie parole dal cassetto.
Storie dentro storie è il tuo romanzo d'esordio. Com'è nato?
Per alcuni anni ho partecipato attivamente a un forum, Undiciparole, di cui sono stata una pioniera ma che ora è un'esperienza esaurita, molto feconda e stimolante. Una delle iniziative proposte era quella di creare un gruppo di quattro-cinque scrittori, ognuno dei quali si sarebbe cimentato con la stesura del proprio romanzo, confrontandosi criticamente con gli altri. In pratica farsi un editing a vicenda, bastardo ma partecipato, del tipo: questa cosa che hai scritto proprio non funziona, ma te lo dico col cuore! In quel periodo avevo molta voglia di scrivere qualcosa di più articolato di un racconto, ma non sapevo bene da dove partire perché non ho mai 'studiato' da scrittore. Tra l'altro era appena nato il mio secondo figlio, il 'grande' aveva due anni e mezzo, insomma mi sembrava un'impresa titanica. Allora decisi di aderire a uno dei gruppi, per iniziare il percorso di scrittura in compagnia. Questa esperienza è durata qualche mese, il frutto sono stati i primi capitoli del romanzo. Poi il forum si è 'spento' e sono andata avanti per conto mio, tornando a confrontarmi con un paio di persone meravigliose e fidatissime solo sulla stesura quasi definitiva.
Nel tuo libro ci sono più voci, più storie intrecciate tra loro. A quale sei più legata?
Innanzitutto ti ringrazio per aver parlato esplicitamente nella tua recensione di questa scelta narrativa. È uno degli aspetti in cui ho da subito sperato di ricevere feedback dai lettori, perché a me piace molto e vorrei capire se funziona. Con te ha funzionato! Ma la domanda è un'altra e non è facile rispondere. Sono affezionata a tutti i personaggi di Storie dentro storie, nessuno escluso, soprattutto a quelli femminili, perché in modo diverso sono donne che lottano per trovare la propria identità. Forse paradossalmente quello a cui mi sento più legata è Mara, perché mostra una fragilità da cui riesce a emanciparsi aggrappandosi con le unghie alla potenza profonda della 'creatività' in senso lato. Sono unghie, le sue, che ogni donna dovrebbe cercare dentro sé. Le unghie metaforiche, intendo, non quelle da sfinge. Invece vedo che va molto di moda la nail art...
Per i tuoi personaggi, ti sei ispirata a persone realmente esistenti o sono tutto frutto della tua fantasia?
Approfitto per dichiarare pubblicamente che ogni riferimento a fatti o personaggi realmente esistiti è puramente casuale. Ovviamente, aggiungo, io non credo nel caso! A parte gli scherzi, un personaggio nasce dai frammenti che abbiamo dentro, provenienti dalle nostre esperienze o dall'osservazione della realtà. Se siano poi più o meno fedeli, questo non mi sembra un dettaglio importante. Come dicevo in un'altra occasione, lo scrittore è un po' un 'medium della fantasia'. Non saprei spiegare esattamente da dove vengono le storie e i personaggi dei miei racconti. So solo che a un certo punto arrivano, io li lascio raccontare, a volte li devo aspettare perché sono un po' reticenti, ma il mio compito è solo di mettere nero su bianco quello che mi suggeriscono.
Come sei arrivata alla pubblicazione? È stato semplice trovare un editore?
Credo si sia trattato di una congiunzione astrale fortunata! Avevo la versione definitiva del manoscritto e non sapevo bene cosa farne. Ho iniziato col parlarne a una persona che conoscevo grazie alle precedenti esperienze di pubblicazione, e lui mi ha parlato di un nuovo progetto editoriale guidato da giovani donne, L'Erudita. Mi sono messa in contatto con loro, e dopo qualche mese ho firmato il contratto. Esordire con un editore esordiente presenta qualche difficoltà in più, l'attesa di perfezionare le strategie di promozione e distribuzione su tutto, ma devo dire che questo gruppo lavora molto bene, sono serie e piene di entusiasmo, quindi vanno incoraggiate. E poi, elemento non indifferente, leggono tutto il materiale che ricevono e non chiedono alcun contributo all'autore per la pubblicazione (tipo acquisto di copie o altro). Questo principio è nel loro DNA e non è cosa da sottovalutare.
Quali sono i tuoi autori preferiti? Ce n'è uno in particolare a cui t'ispiri?
Se nella scrittura ci si dovesse ispirare a qualcuno, crollerebbe tutto il senso dello scrivere, sarebbe una copia brutta o bella, ma insomma niente di originale. Che poi questo possa succedere inconsapevolmente, è un altro paio di maniche, ma solo i lettori possono rispondere (e casomai dirmelo, grazie!). Spazio molto con le letture, mi lascio guidare dalla curiosità, a volte restando delusa, altre incontrando amori indissolubili. Lasciando stare i classici, se no il discorso si fa troppo ampio e non se ne esce, negli ultimi anni ho incontrato almeno tre autori cui, a conti fatti, posso dire di  sentirmi legata: David Foster Wallace, Orhan Pamuk e David Grossman. Me lo suggeriscono due cose: il piacere che provo nel leggerli, e il fatto che ho letto più di un libro di ciascuno di loro, e continuerò.
Il libro che avresti voluto scrivere...
Ecco, questa è proprio una domanda cui non riesco a rispondere. Potrei dirti quale libro sono fiera di non aver scritto, ma uso diplomazia.
Quali sono il momento e il luogo che preferisci per scrivere?
La vasca da bagno! Questa è una citazione...un po' scherzosa... (vediamo se qualcuno la scova)
Il mio processo creativo personale funziona in questo modo: le storie nascono e crescono in maniera abbastanza articolata e dettagliata nella mia mente. Una fonte di ispirazione molto forte, ma non l'unica, è ascoltare musica, soprattutto concerti dal vivo di qualsiasi genere. Ho un libricino che porto sempre con me su cui appunto le immagini o le espressioni per non lasciarmele sfuggire (ho imparato che l'ispirazione spesso è come una zanzara, che punge e fugge portandosi via anche il nostro sangue. Ho scritto anche una poesiola su questo!). Dopodiché devo trovare degli spazi per la scrittura vera e propria, e questa è la fase più difficile con la vita che faccio. Per scrivere, a differenza del momento della fantasia, ho bisogno di silenzio e solitudine. In genere mi ritaglio qualche ora serale, dopo aver messo a letto i bimbi, se ho la giusta energia.
So che sei un'appassionata di musica. Oltre ai Perturbazione e ai Virginiana Miller, che ho avuto il piacere di ritrovare in SdS, cos'altro ascolti? Ci vuoi consigliare qualcosa?
Come per la lettura, anche con la musica spazio ampiamente. Sono cresciuta con i cantautori, cui resto legata. Amo i Beatles, diversi fenomeni musicali inglesi anni '70-'80 (Bowie, i Clash, gli Smiths, i Cure, i Cocteau twins, per esempio), ma anche la musica araba sia classica che pop, e poi la 'nostra' musica classica, che quando posso vado ad ascoltare dal vivo. Potrei continuare...
Una scoperta recente fatta proprio in occasione del mio primo reading di Storie dentro storie a Bergamo è Marco Notari, un giovane cantautore Piemontese. Alcuni brani del suo cd IO? sono davvero notevoli, quindi, via, vi consiglio lui!
Stai lavorando già a qualcos’altro? Dimmi di sì!
Certo. Chi si ferma è perduto! Poi veramente, questi personaggi che mi affollano la mente coi loro racconti...è quasi un dovere farli parlare. Ho in programma di scrivere un altro romanzo, cosa che inizierò a fare presto, e sto lavorando a un progetto che mi sta molto a cuore, a più mani, di cui spero di parlarti in termini più concreti quanto prima.
Come già sai ho anche fatto raccontare a Victor un nuovo momento della sua vita in Italia, con il progetto 'Schegge di vetro', una mini raccolta di racconti ispirati al romanzo 'Suonando pezzi di vetro' di Roberto Bonfanti. È stata una cosa molto divertente. Leggendo il romanzo di Rob, che conosco da qualche anno, ritrovavo questo ciclista solitario e muto che mi ricordava Victor. Quando  mi ha invitato a partecipare a questa sua idea, ho accettato subito. Quale migliore occasione per raccontare che fine avesse fatto il ragazzo con lo zaimo blu? Per i curiosi, Schegge di vetro si può scaricare gratuitamente in formato pdf qui: http://www.neverlab.it/neverlab-libri/schegge-di-vetro-lep-letterario-di-neverlab-libri-download-gratuito/
Grazie mille per la gentilezza e per avermi dedicato un po' del tuo tempo, Giovanna! A presto e... buongiorno buonafortuna!
Grazie a te, Matteo, per tutto lo spazio che mi stai regalando! Spero di portarti tanta 'buonafortuna'!

domenica 3 marzo 2013

Speciale "Storie dentro storie": tappa #2 (recensione)


Buona sera a tutti!

Ecco finalmente la seconda tappa dello speciale
dedicato a Storie dentro storie di Giovanna Astori.

Parlare dei romanzi che mi sono piaciuti particolarmente,
che mi hanno lasciato dentro tante emozioni ma anche
una sorta di vuoto dopo l'"abbandono" dei personaggi,
non è sempre facile, anzi! Spero di riuscire a rendere giustizia
a questo bel romanzo con la mia "recensione" e di incuriosirvi.

Buona lettura!

P.S. Vi ricordo che è tuttora in corso (fino al 15 marzo)
un giftaway con in palio una copia del romanzo!





Storie dentro storie
AutriceGiovanna Astori
Editore: L'Erudita (collana L'Urgente)
Data di pubblicazione: novembre 2012
Pagine: 140
Prezzo: 13 €

L'autobus è un luogo di mezzo, dove si possono fare conoscenze estemporanee che rimangono appese al filo del destino. Così sarà per Mia e Victor, le cui vite si incrociano una mattina d'inverno sul quarantasette, un breve tragitto da casa a lavoro, che basterà per instaurare un tacito rapporto di intesa. Mia sapeva già molto di quelli che considerava i suoi soliti compagni di viaggio, poteva elencarne i volti, il modo di vestire, l'odore e le abitudini. Mia lavora in una libreria che assomiglia a un supermarket dove i libri sono pura merce e le parole, che desiderano poter dire qualcosa, sono state per sempre abbandonate. Quando l'inchiostro si espande sul foglio bianco, non crea solo parole ma veri e propri mondi paralleli da esplorare, la possibilità di poter vivere storie diverse dalla propria, di perdersi fra le pagine e camminare in bilico su una fune, proprio come un equilibrista. Il vuoto sotto i nostri piedi è un trampolino di lancio, non una mancanza, è libertà di movimento e di pensiero. È questo che cerca Victor, vorrebbe liberarsi dalla paura di sentirsi diverso e riuscire così a entrare nel mondo, non in punta di piedi ma come protagonista. La vita finisce davvero solo quando nessuno ci ascolta più raccontare, l'importante è non rimanere su uno scaffale impolverato.

Ho scoperto Storie dentro storie un mesetto fa, per puro caso, girovagando sul web. Sono un tipo piuttosto romantico e forse è per questo che mi piace pensare che se ne stesse lì ad aspettarmi, ad attendere di essere trovato da me, che ho un blog che si chiama allo stesso modo e che, per questo titolo, ho preso ispirazione dalla stessa canzone a cui si è ispirata l'autrice del romanzo, Giovanna Astori. Inutile dirvi che mi sono sentito obbligato a leggerlo al più presto, giusto?!
Sarò sincero: prima di intraprendere la lettura, avevo una curiosità pazzesca, aspettative altissime, ma anche un po' d'ansia, paura che mi deludesse. Be', questo stato d'animo è durato davvero poco, praticamente il tempo di leggere qualche pagina. Arrivato alla fine del primo capitolo [che, tra l'altro, potete leggere qui], avevo già capito di avere un gioiellino tra le mani.

Io questo libro l'ho sentito vicinissimo. A prescindere dal titolo e dalla canzone, intendo, che sono una cosa a parte e che han fatto scattare la scintilla, il colpo di fulmine, a primo impatto. Voglio dire... dopo. Mentre lo leggevo. Mi sono ritrovato in queste pagine. Ed è strano, no? Non mi chiamo Mia, non lavoro in un mediastore. E non vengo dall'Ecuador come Victor, non racimolo soldi facendo lavoretti saltuari. Non ho nemmeno un'agendina su cui annotare e commentare le scopate, come Marco. Non ho mai tradito, a differenza di Lorenzo. E non ho una storia con un uomo sposato, né una figlia, come Serena. Eppure... mi sono sentito un po' tutti loro, ho ritrovato pezzetti di me sparsi qua e là.
Sono storie che sanno di realtà, di vita vera, con amori (anche - o soprattutto - sbagliati), amicizie, incontri sfuggenti, lavori insoddisfacenti, sofferenza ma pure sorrisi, voglia di cambiare la propria vita e cominciare a costruire. Una ventata di fresca normalità, problemi comuni. Un po' come la mia storia, insomma.
È sempre strano e stupefacente quando riesci a leggerti nelle parole degli altri. È una cosa che a me fa venire i brividi nella spina dorsale.

Mi è piaciuto un po' tutto di questo romanzo.
Mi è piaciuta la scrittura leggera, delicata, fresca, che sa essere ironica e pungente quando serve, e che riesce a scavare in profondità, ti prende per mano e guida alla scoperta di queste vite.
Mi è piaciuta la sua semplicità. Non c'è nulla che sa di finzione, di costruito. Personaggi e sentimenti semplici. Veri, genuini.
Mi è piaciuto il modo in cui ha saputo catturarmi, trascinarmi nella storia.
Mi sono piaciuti i personaggi (Victor in particolare, col suo zaimo e quell'immagine del toro, indelebile, stampata nei ricordi). Attraverso l'espediente (riuscitissimo) dei capitoli alternati con le loro diverse voci (punti di vista), si ha la possibilità di conoscerli e comprenderli più a fondo, nelle loro sfaccettature, e anche di rivalutarli. Quando mi sono accorto che mancavano un paio di capitoli alla fine, ho iniziato a centellinare le pagine: mi spiaceva lasciarli, abbandonarli alla loro vita. Giuro, mi risulta difficile pensarli come dei semplici pezzi di un puzzle di parole su carta. Ogni tanto mi tornano in mente e mi lascio sopraffare dall'immaginazione. Chissà come andrà avanti la loro esistenza? Se riusciranno a trovare il loro posto nel mondo, a realizzare i propri sogni, lasciarsi il passato alle spalle. Magari un giorno li incontrerò su quell'autobus. E potrò chiederglielo di persona. Chissà...

Un romanzo breve che si legge in un baleno, ma che emoziona, colpisce e regala sensazioni intense, facendoti sentire parte integrante delle storie dentro storie e non un semplice spettatore. Spero che Giovanna stia scrivendo altro, perché io sono già in attesa!

Quattro stelline!
Un gioiellino imperdibile!


La memoria è un luogo strano e pieno di fascino. A volte sovvengono, chiarissimi, dettagli all’apparenza insignificanti, minuscoli appigli che serbano la combinazione esatta per aprire in un istante qualche porticina segreta e lasciarci entrare a passi silenziosi nelle soffitte dei ricordi.

venerdì 15 febbraio 2013

Speciale "Storie dentro storie": tappa #1 (presentazione + estratto + giftaway)


Salve a tutti!

Oggi inizia lo speciale dedicato a Storie dentro storie,
romanzo scritto da Giovanna Astori.

Fermi lì! Lo so che state pensando "ma questo c'ha preso gusto a fa' 'sti speciali!". Be', c'avete ragione! È proprio così.
Però scusate, ho scoperto questo romanzo per puro caso su Facebook, ha lo stesso titolo del mio blog, e sia io che l'autrice del libro abbiamo preso ispirazione dalla stessa canzone, ditemi voi come potevo non scrivere qualcosa a riguardo!

Visto che trovo questa coincidenza davvero particolare, curiosa e intrigante, ho deciso di preparare uno speciale in tre parti per farvi conoscere meglio SdS!

Nel post di oggi potrete ascoltare la bellissima canzone di cui vi ho accennato, conoscere il romanzo, leggerne un estratto e in più tentare la fortuna per vincerne una copia!

Buon ascolto e buona lettura!



Storie dentro storie di Giovanna Astori
Editore: L'Erudita (collana L'urgente)
Data di uscita: novembre 2012
Pagine: 140
Prezzo: 13 €
L'autobus è un luogo di mezzo, dove si possono fare conoscenze estemporanee che rimangono appese al filo del destino. Così sarà per Mia e Victor, le cui vite si incrociano una mattina d'inverno sul quarantasette, un breve tragitto da casa a lavoro, che basterà per instaurare un tacito rapporto di intesa. Mia sapeva già molto di quelli che considerava i suoi soliti compagni di viaggio, poteva elencarne i volti, il modo di vestire, l'odore e le abitudini. Mia lavora in una libreria che assomiglia a un supermarket dove i libri sono pura merce e le parole, che desiderano poter dire qualcosa, sono state per sempre abbandonate. Quando l'inchiostro si espande sul foglio bianco, non crea solo parole ma veri e propri mondi paralleli da esplorare, la possibilità di poter vivere storie diverse dalla propria, di perdersi fra le pagine e camminare in bilico su una fune, proprio come un equilibrista. Il vuoto sotto i nostri piedi è un trampolino di lancio, non una mancanza, è libertà di movimento e di pensiero. È questo che cerca Victor, vorrebbe liberarsi dalla paura di sentirsi diverso e riuscire così a entrare nel mondo, non in punta di piedi ma come protagonista. La vita finisce davvero solo quando nessuno ci ascolta più raccontare, l'importante è non rimanere su uno scaffale impolverato.

Quarantasette
La voce di Mia

La vettura avanzava tra le buche sull’asfalto, sussultando e rullando come una nave nel mare in tempesta.
Sapevo già molto di quelli che ormai consideravo i miei soliti compagni di viaggio. Potevo ricordare a memoria i loro volti, il modo di vestire e persino l’odore: era la vita sempre uguale a se stessa della grande città che ci rendeva così monotoni, fin troppo ripetitivi negli orari e nei gesti.
Il nostro ritrovo era l’autobus numero quarantasette, quasi una seconda casa, un trenino da luna park dove ogni mattina potevo continuare a sonnecchiare, riprendendo qualche sogno rimasto interrotto e impigliato fra le lenzuola o perdermi nella lontananza dei pensieri di quel limbo lungo e ovattato attraverso cui la coscienza transita dalla notte al giorno.
La memoria è un luogo strano e pieno di fascino. A volte sovvengono, chiarissimi, dettagli all’apparenza insignificanti, minuscoli appigli che serbano la combinazione esatta per aprire in un istante qualche porticina segreta e lasciarci entrare a passi silenziosi nelle soffitte dei ricordi.
Di quel giorno so che avevo in testa un cappello di lana, che il cappello era a righe bianche e nere e che lo sopportavo appena. Che sotto la lana i capelli si stavano increspando e non vedevo l’ora che finisse l’inverno. Lo avevo indossato controvoglia, per tentare di scacciare un’aria più fredda del solito, che mi aveva sibilato nelle orecchie per una buona mezz’ora, mentre aspettavo di veder comparire il bus in lontananza.
Stavo seduta in fondo e disegnavo col dito sul finestrino, dissolvendo il vapore in gocce. Ripensavo a un libro sul significato delle fiabe che stavo leggendo in quei giorni, quando fui distratta da una voce diversa e inaspettata.
– Hey, nevica!
Nella mia città non nevicava quasi mai, eppure guardando attraverso i segni che avevo tracciato sul vetro vidi l’aria densa di fiocchi, poi accanto a me quel sorriso contagioso. Per un istante gli posai uno scorcio di pensiero addosso, poi mi resi conto che parlava a me. Allora mi tirai subito su, cercando di stabilire un minimo di reazione il più possibile gentile.
– È vero, che strano! – gli dissi.
– Mai visto neve da quando soy qui. Fa freddo oggi.
Mi aveva colto di sorpresa e parlava come se ci conoscessimo da sempre, con una spontaneità invitante.
– Ciao, io sono Mia.
Quel modo di presentarmi era l’eco degli slogan nei cortei della mia infanzia, dove andavo a cavalluccio di mamma o di papà, senza sapere dov’ero.
Mi guardò perplesso.
In un lampo pensai che quella frase non poteva rievocargli nulla, chissà se a quei tempi era già nato e comunque probabilmente non era qui. Forse l’aveva fraintesa.
Mia è un nome! – gli spiegai, spogliandomi del cappello.
– Ah, non sapevo! – sorrise – io Victor.
Un altro sussulto improvviso e la signora che gli stava accanto perse l’equilibrio, strattonandolo per non cadere. Lo zainetto blu gli scivolò dalla spalla finendo sulle mie ginocchia, più pesante di quanto immaginassi. Scusandosi con un gesto della mano, mentre la signora borbottava imbarazzata, capivo che Victor aveva qualche difficoltà a esprimersi.
Guardai di nuovo fuori. La nevicata era sempre più fitta, la gente per strada era euforica. Uno spettacolo decisamente inusuale a quell’ora di mattina, quando di solito tutti correvano nervosi per le loro faccende.
Mi accorsi che Victor guardava nella stessa direzione, girandosi ogni tanto verso di me. Forse non ero stata molto socievole con lui.
– Da dove vieni? – chiesi, dopo quel silenzio che avrebbe potuto essere un punto e basta. Come avevo immaginato, non aspettava altro. Sorrise.
Soy di Ecuador.
– Ecuador! E da quanto tempo sei qui in Italia?
– Tre anni. Tanto tempo!
– Davvero.
Sarebbe stato bello partire all’improvviso per l’altro capo del mondo e stare via tre anni, pensai.
– Ti manca la tua terra?
– Sì – abbassò lo sguardo da un lato, spegnendo appena quel sorriso fresco e infantile – non sono ancora tornato.
– Non sei mai tornato a casa? – quasi non ci credevo.
– Non posso, per avere il permesso di soggiorno. Forse adesso vado, il prossimo mese. Dopo tre anni che ho dovuto aspettare.
Sottolineava quel “tre anni” come se fosse un suo pensiero costante.
– E qui cosa fai?
– Pulizie in ufficio la mattina, il pomeriggio lavoro in un supermarket. Non ho mai il tempo per divertirmi! – lo disse ridendo, con un tono che traducevo per ingenuo, ma che forse nascondeva molto altro.
– E non esci mai?
– La domenica sì, con mia sorella e i suoi amici. Lei è venuta prima di me. E tu ora vai al lavoro? – mi riportò in un attimo alla realtà, con un brivido che non era per il freddo.
– Già. Non mi va, si vede? – sorrise, forse capiva che cercavo un alleato per scacciare la noia.
– Ah, sì sì, meglio stare a dormire! Ora io vado a casa a dormire un poco, poi al lavoro nel supermarket. Tu cosa fai?
– Lavoro in una libreria. Una specie di supermarket, dove si vendono i libri – ironizzai, e lui sembrò non capire. O forse ero io a non rendermi conto di quanto fosse distante la mia realtà dalla sua – insomma, un grande negozio di libri.
– Bello, e lavori le otto ore?
– Sì, ma faccio dei turni, a volte cambio orario – tra i fiocchi di neve vidi l’entrata del parco – Oh, devo scendere alla prossima fermata, scusami!
Mi resi conto, mentre lo dicevo, che un po’ mi dispiaceva salutarlo così. Mi sembrava di aver ritrovato un vecchio amico. Ancora non sapevo quasi nulla di lui, ma il fatto che venisse da un paese così lontano mi incuriosiva molto.
– Va bene. Piacere – mi tendeva la mano – allora... ci vediamo.
– Certo – gli risposi tentennando, ma come a voler dire “sicuro”, e ci scambiammo una stretta di mano che era come una promessa.
Si aprirono le porte del bus e scesi giù con la netta impressione di non aver fatto quel che dovevo fare. Les mots dans l’escalier, le parole non dette che ti vengono in mente quando ormai sei già sulle scale, mi erano sfuggite lasciandomi una vaga malinconia. Rimasi con uno strano senso di insoddisfazione. Però in fondo avevo anche fiducia che nel piccolo mondo della routine quotidiana lo avrei incontrato di nuovo.
Non sbagliavo. Da quel giorno ci incontrammo quasi sempre, con casuale fatalità.
Era divertente vederlo spuntare dal lato opposto dell’autobus, che mi cercava con lo sguardo facendosi strada fra i nostri compagni di viaggio assonnati.
A volte, in quelle mattine in cui avevo solo voglia di isolarmi con la musica ficcata nelle orecchie, fingevo di ignorare la sua presenza, di non vederlo nella confusione, per poi salutarlo solo al momento di scendere. E tutte le volte un po’ me ne pentivo, perché sapevo che mi avrebbe fatto cambiare verso alla giornata.
Un sole, il mio “fratellino dell’Ecuador”, come lo avevo rinominato senza dirglielo.
Victor aveva ventitré anni, parecchi meno di me, e mi raccontava di una vita, la sua, così distante dalla mia che mi pareva di vederla scorrere davanti agli occhi come in un film. Era cresciuto in una fattoria, una famiglia contadina con otto tra fratelli e sorelle. Immaginavo i campi coltivati che mi descriveva, le distese ampie con i tori al pascolo. Mi raccontò che aveva paura dei tori, lui. Che se fosse riuscito a tornare dalla sua famiglia per un po’ mi avrebbe portato le foto di quei luoghi.
Mi divertiva parlare con lui, in un misto di italiano e spagnolo che a volte diventava un tentativo di scambiarci delle lezioni estemporanee di lingua.
– Sai che vuol dire amarillo?
– Aspetta, forse lo so. È un colore... rosso?
– Brava, ma non è rosso, è giallo! Rosso es rojo.
– Ma allora il vino tinto?
Vino tinto è il vino rojo.
Ci fu un momento di silenzio. Volevamo entrambi concludere un ragionamento troppo sottile, e ci ritrovammo inceppati sulle barriere linguistiche. Pensai che fosse gentile da parte mia rompere lo stallo.
– Ok, però ho quasi indovinato. Sai che l’estate prossima vorrei andare in vacanza in Spagna? Dai, insegnami qualche altra parola.
Si divertiva molto a fare questo gioco.
Camarones.
– Questa è difficile. Non lo so, dimmelo – e a quel punto si rendeva conto di trovarsi lui in difficoltà.
– Sono piccoli... si mangia fritti o con zuppa.
– Ma cos’è, una verdura?
– Oh no, no – cercava le parole per farmi capire – come pesci ma duri. Sono bianchi, un po’ rosa...
- Ah! I gamberi! Gamberetti!
- Sì, forse... – e assumeva un’espressione di impaccio e tenerezza, solo un po’ attutita dall’autoironia che aveva per natura così evidente.
Io e lui eravamo un mondo a parte su quell’autobus, come se nessuno potesse capirci.
Se ero seduta mi veniva del tutto naturale lasciargli poggiare il suo zaimo – così continuava a chiamare lo zainetto blu da cui non si separava mai – accanto a me, o addirittura tenerglielo sulle mie gambe, anche se dovevo quasi convincerlo.
Mi raccontò che aveva deciso di raggiungere la sorella dopo che la sua ragazza l’aveva lasciato all’improvviso. Come se non avesse più senso stare lì, aveva preferito partire per un paese lontanissimo e cominciare una nuova avventura. Mi sembrava una storia incredibile, soprattutto distante dalla mia e da quelle dei miei amici. Sparire a migliaia di chilometri oltreoceano lasciandosi tutto alle spalle, senza una prospettiva, affrontando incognite di ogni tipo, solo perché a vent’anni una storia finisce, mi lasciava stupita.
E ancora di più percepivo la nostra profonda asimmetria quando mi parlava del suo desiderio di avere una famiglia. Quasi si rammaricava di non avere ancora una moglie e dei figli alla sua età, mentre io che avevo quasi dieci anni più di lui non mi ponevo affatto il problema. Avevo la mia comoda esistenza fatta di un lavoro discreto, una casa, Lorenzo che era la mia sicurezza sentimentale, gli amici.
Forse proprio per questa distanza, di Victor mi incuriosiva tutto, era la mia chiave per conoscere un mondo nuovo: il ragazzo con lo zaimo blu, da cui estraeva per me storie di altri tempi, di gente lontana, di paesi sconosciuti, con una generosità che a volte mi imbarazzava.
In fondo cos’ero io per lui? Solo una compagna di viaggio nel traffico di città.
Qualche volta, come svegliandomi all’improvviso, sospettavo che volesse sposare me, che un giorno o l’altro me l’avrebbe chiesto. La sola idea mi dava un profondo senso di disagio, e allora coglievo l’occasione per infilare il più spesso possibile Lorenzo nei nostri discorsi.
Victor mi raccontava di qualche ragazza cui aveva chiesto di uscire, tentativi inconcludenti in cui si era sentito ancora più solo.
Un giorno tirò fuori alcune cassette di musica e me le diede. Era un certo Widinson, un famoso cantante del suo paese. Insistette molto per farmi accettare quel regalo. A me non sembrava giusto e poi quella musica non mi piaceva affatto, la trovavo melensa e noiosa. Avevo anche qualche difficoltà per ascoltarla, volendo: le musicassette ormai non si usavano più. Per lui, invece, rappresentavano un piccolo tesoro, la voce della sua terra.
A volte era davvero difficile capire se sarebbe stato più giusto accettare qualcosa con formale gentilezza o invece declinare, rischiando di non essere capita.
Quel regalo e il mio imbarazzo, l’incapacità di dirgli le mie vere impressioni sulla musica che tanto amava, la sproporzione fra la mia assoluta indifferenza all’idea di tenere le cassette e il valore affettivo profondo che avevano per lui, tutto questo aprì uno spiraglio di nuova luce sull’idea che avevo di me.
Forse non ero poi così genuina e onesta come pensavo. Nemmeno tanto capace di empatizzare, come volevo credere. Probabilmente non ero, in definitiva, la persona serena che ritenevo di essere.
Avevo compreso però il suo desiderio di risposte, quindi gli preparai un cd con un misto di brani che mi piaceva ascoltare in quel periodo. Un disco leggero leggero.
Lo misi nella borsa con l’intento di darglielo alla prima occasione. Non c’eravamo mai scambiati i numeri di telefono, la nostra amicizia rimaneva sospesa sul filo del caso, o forse del destino.
Lo portai con me per giorni, che divennero settimane. I viaggi in autobus tornarono a essere lunghi e noiosi. Victor sembrava sparito nel nulla. Pensai che non lo avrei più rivisto.

Come vi ho detto all'inizio del post, c'è una copia in palio per i lettori del blog! Ringrazio Giovanna per la gentilezza e la disponibilità!! :)

Ecco cosa fare per poter partecipare al giftaway:
  • essere lettori fissi/followers del blog;
  • lasciare un commento al post in cui mi raccontate perché vi piacerebbe leggere questo romanzo;
  • lasciare il vostro indirizzo e-mail per essere contattati in caso di vincita.
Se avete voglia di fare un po' di pubblicità all'iniziativa tramite i vostri blog o i social network vari, sarebbe davvero favoloso! Qui sotto trovate il bannerino pubblicitario e a fianco c'è il relativo codice da utilizzare.



Il giftaway terminerà alla mezzanotte del 28 febbraio 15 marzo! Siccome non è possibile fare estrazioni pubbliche, vi invito a controllare la posta elettronica il giorno seguente. Il vincitore riceverà un'e-mail! Buona fortuna!

martedì 12 febbraio 2013

Teaser Tuesdays #37



Teaser Tuesdays  è una rubrica ideata dal blog Should Be Reading. Consiste nel prendere il libro che si sta leggendo, aprirlo in una pagina a caso e condividere un passo tratto da quella pagina. Io, però, ho deciso di non seguire la regola della "pagina a caso", ma sceglierò la citazione personalmente (senza fare spoilers, promesso!).

Buona sera a tutti!
Vi lascio il teaser di oggi, da uno dei libri che sto leggendo in questi giorni...
Il posto dove passavo la maggior parte delle ore di veglia non mi piaceva. I miei tesori inestimabili, quei piccoli scrigni dove le parole si mettevano in fila piene di significato per raccontare la loro storia, i libri insomma, lì si vendevano come fossero bulloni.
La mia idea di libreria era quella di un luogo caldo, con le pareti foderate di legno, divanetti per sfogliare di tutto per ore e ore, magari conversando con gli altri avventori.
Mi piaceva toccarli i libri, guardare le pagine e annusarle immaginando di entrarci dentro, con l’inchiostro a far da salvacondotto per mondi paralleli. Incamminarmi con stupore per le strade di città invisibili, incontrare grandi personaggi della storia o della fantasia, fermarmi a parlare con una rosa su una stella lontana. Viaggiare in lungo e in largo nel tempo e nello spazio, nelle sfumature di un quadro o sul pentagramma dello spartito di una sinfonia, come fosse un viale tracciato per me o una fune da equilibrista: mi ci perdevo continuamente, fra le pagine.
Nel mediastore dove lavoravo, invece, tutto era merce. Merce e basta.

[da Storie dentro storie di Giovanna Astori, pag. 35]
E voi? Cosa state leggendo?
Se volete partecipare, lasciate il vostro teaser nei commenti!